L’arto fantasma

Fulvio Romanin
4 min readOct 6, 2022

Noi esseri umani amiamo le abitudini. Viviamo di abitudini. Sono il nostro pane quotidiano.

Le amiamo persino, e ci sono di conforto soprattutto nei momenti infelici: la sera, prima di addormentarmi, trovo rassicurante giocare a Wordle (e a Quordle, e persino a Octordle) sul telefono e a twittarne i risultati con i miei amici. La ginnastica la mattina. Il sushi il mercoledì. La partita. Sciocchezze, piccoli riti personali. Ognuno ha i suoi.

Le abitudini ci proteggono dalle paure, rendono il passato un posto dove ci sono solo certezze e indora i ricordi di periodi in realtà non belli. E più una abitudine è radicata, più è doloroso privarsene e trovare un nuovo equilibrio.
Una buona parte delle relazioni emotive sono imbevute di negazione dell’evidenza, dell’ignorare ciò che non funziona in favore di quello che ci fa sentire bene e ci rassicura, e quando finiscono sembriamo comunque sorpresi ed attoniti.

“Niente di veramente grande arriva senza essere visibile prima” (Stephen King)

Il 20 febbraio Putin invade l’Ucraina.
C’erano tutti i segnali da ANNI ma l’opinione pubblica è caduta dal pero. Maccome, ma che sorpresa!
Una vera sorpresa, già: peccato che i segnali fossero in giro da anni e noi stessimo negando l’evidenza fino allo spasimo.

“Salutava sempre”

“La sindrome dell’arto fantasma è la sensazione anomala di persistenza di un arto dopo la sua amputazione o dopo che questo sia diventato insensibile: il soggetto affetto da questa patologia ne avverte la posizione, accusa sensazioni moleste e spesso dolorose, talora addirittura di movimenti come se questo fosse ancora presente.” (Wikipedia)

Desideriamo conservare le nostre certezze a qualunque costo, e mettere una bella fetta di mortazza sugli occhi per far durare la nostra normalità quotidiana. È umano.
Più i cambiamenti sono grandi, più è impegnativo accettarlo, sia per l’intelligenza razionale che per l’intelligenza emotiva. La pandemia di COVID-19 non ha solo avuto strascichi sanitari, ma anche pesanti ripercussioni psicologiche su tutti noi. Molte persone, molte aziende si sono rinchiuse in se stessi, e sono una fotografia congelata del se stesso del 2020. “Poi tutto finirà e tornerà presto come prima”.
Quando mia madre ha cominciato a stare male mio padre le è stato eroicamente accanto per due anni prima di accettare che aveva bisogno di un aiuto in casa.
“Poi tutto finirà e tornerà presto come prima”.
Ma magari non succede: il mondo cambia e lo fa quando, come e quanto gli pare. Guerra, crisi, siccità, elezioni anticipate, crisi energetica e OK GRAZIE 2022 NON È CHE BISOGNAVA FARE GARETTA CON IL 2020 ABBIAMO CAPITO PACE ORA SÌ.

L’invasione di Putin dell’Ucraina non è “l’annessione del Donbass”. Il Donbass è la punta di un iceberg molto più grande, e nella versione asciugata all’estremo è il momento nel quale i paesi che noi abbiamo trattato dall’alto in basso negli scorsi secoli sono stufi della guida usa-europa-australia e ci tirano una bella spallata decisa.

“Questo non è il secolo dell’uomo bianco: è il secolo dell’uomo giallo e dell’uomo nero” (La tigre bianca, lo trovate su Netflix)

Non voglio allargarmi su discorsi di geopolitica da bravo tuttologo cinquantenne: non ne capisco nulla. Ma sul fatto che la Cina si sia comprata l’Africa mentre noi eravamo girati a pensare alle farfalle, sul fatto che i cosiddetti BRICS (o BRICSIA, secondo la nuova notazione, Brasile Russia India Cina Sud Frica Iran ed Argentina) valgano il 45% della popolazione mondiale e una fetta simile del PIL mondiale non è che ci possiamo passare sopra.
Se ci aspettavamo che, dopo anni che abbiamo fatto il bello e il brutto tempo fossero impazienti di lasciarci il bastone del comando, deferenti, eravamo molto molto molto molto ingenui.

Sarà un inverno difficile: lo sarà per le famiglie, lo sarà per le aziende — già si intravedono casse integrazioni, licenziamenti, chiusure per costi eccessivi — le notizie le vedete anche voi.

La ragione per cui scrivo questo micro-pippone non è per rovinarvi l’umore, ma per invitarvi da subito a non farvi ingannare dall’arto fantasma. Molte delle cose che consideravamo scontate sono compromesse in maniera irreversibile.

Nessuno sa quale sarà il prossimo equilibrio — né Biden, né Xi Jinping, né il capo della vostra azienda, né voi. Nessuno lo sa.
Ma di nuovo, la cosa veramente importante è non illudersi che tutto sia uguale a prima e far finta di niente, capirlo prima possibile e cercare di adattarsi a quello che succederà. Le abitudini sono dure a morire, ma in momenti come questo sono una zavorra mortale. Sto cercando con tutte le mie forze di guardare al di là delle mie abitudini umane e professionali, e capire quali opportunità questo cambiamento potrà portare.
Ma continuare a far finta di niente no, non si può davvero più.

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Fulvio Romanin

Ensoul CEO, old school bboy, part time essayist and novelist. A curious soul overall.